Editoriale | Corigliano Rossano, la lenta scomparsa dei negozi e il silenzio che preoccupa

L’editoriale di Matteo Lauria – Le chiusure aumentano anche nelle strade principali. È il momento di interrogarsi sulle cause e pretendere risposte concrete – Passeggiare oggi lungo alcune delle principali vie commerciali di Corigliano Rossano significa imbattersi sempre più spesso in vetrine vuote e saracinesche abbassate. Una scena che fino a qualche anno fa appariva eccezionale e che oggi rischia di diventare normalità. La domanda che la città dovrebbe porsi è semplice: perché sta accadendo tutto questo?

È soltanto colpa del commercio online, che negli ultimi anni ha cambiato le abitudini di acquisto di milioni di persone? Oppure ci sono altre ragioni che meritano di essere affrontate senza ipocrisie? Forse incidono i costi elevati delle locazioni commerciali, spesso difficili da sostenere per chi decide di avviare o mantenere un’attività. Forse pesa una pressione fiscale che molti operatori considerano eccessiva. Forse il costo del lavoro scoraggia nuove assunzioni e rende complicata la crescita delle imprese.

Ma il problema potrebbe essere ancora più profondo. Corigliano Rossano, dopo la fusione, non è riuscita a diventare quel polo amministrativo e istituzionale che molti immaginavano. Non è capoluogo di provincia. Non ospita una concentrazione significativa di uffici pubblici e servizi statali capaci di generare flussi quotidiani di cittadini e professionisti. Nel tempo ha perso funzioni, presenze e centralità.

Meno uffici significa meno persone nelle strade. Meno persone significa meno clienti. Meno clienti significa meno fatturato. E alla fine arrivano le chiusure. È un ragionamento che può piacere o meno, ma che merita di essere approfondito con dati, studi e analisi serie. Perché il compito della politica non è limitarsi a inaugurare opere o commentare gli eventi del giorno. Fare politica significa comprendere i processi economici e sociali che stanno trasformando un territorio. Significa individuare le criticità prima che diventino emergenze irreversibili.

Anche le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali, le forze economiche e sociali dovrebbero contribuire a questa riflessione. Servirebbe un tavolo permanente sul commercio urbano (qualche associazione lo sta facendo), capace di monitorare le chiusure, analizzare le cause e proporre interventi concreti.

Continuare a ignorare il fenomeno sarebbe un errore grave. Perché ogni attività che chiude rappresenta un pezzo di economia che scompare, ma anche un pezzo di identità cittadina che viene meno. La vera domanda non è se esista un problema. Quello è ormai evidente. La domanda è un’altra: vogliamo affrontarlo oggi, quando esistono ancora margini per reagire, oppure aspetteremo la moria totale delle attività commerciali per accorgerci che la città stava cambiando sotto i nostri occhi?

 

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