C’è un tema che in Calabria continua a restare sottotraccia, sepolto sotto gli slogan estivi e le autocelebrazioni: la depurazione. Un nodo gigantesco che parla di ritardi, impianti mai entrati in funzione, progettazioni superate e costi in salita. Un’emergenza che ci riguarda tutti, non solo per le multe europee o per le classifiche di Legambiente, ma per il diritto basilare alla salute e a un territorio vivibile.
Questa mattina, leggendo un articolo pubblicato dalla Gazzetta del Sud, mi sono soffermato su come lo Stato fronteggia l’emergenza ambientale. E la fotografia è impietosa: l’Autorità Nazionale Anticorruzione certifica la lentezza, il commissario straordinario segnala costi in continuo aumento e progetti da rifare quasi ovunque. Ma intanto mancano azioni concrete, urgenti, decise. Si annaspa nella burocrazia, tra appalti saltati e autorizzazioni che non arrivano mai.
Nel mirino dell’indagine dell’ANAC ci sono proprio i ritardi nei lavori legati alle vecchie procedure d’infrazione europea: piccoli impianti affidati ai Comuni in gran parte terminati, ma per quelli di maggiore portata siamo ancora alla fase di verifica dei progetti esecutivi. In alcuni casi si lavora su progettazioni risalenti a otto anni fa, con prezzi da aggiornare e carte da rifare da capo. È così che si sprecano le risorse pubbliche e si dilapidano anni di tempo.
Eppure, mentre tutto questo accade, si continua a sventolare con leggerezza la Bandiera Blu, senza porsi troppe domande sui criteri che la assegnano. È giusto valorizzare i progressi, ma sarebbe più onesto accompagnare quei riconoscimenti con una seria analisi delle criticità reali. Non bastano le pagine colorate delle classifiche o gli elenchi delle spiagge “promosse”: la Calabria è ancora stretta nella morsa di un sistema depurativo lacunoso, fragile, disomogeneo.
Anche i report delle associazioni ambientaliste meritano rispetto, ma non devono diventare l’unico metro di misura. I numeri veri sono nei fanghi mai trattati, nei reflui sversati, nei chilometri di costa che attendono risanamento. Servono ispezioni vere, monitoraggi continui, e soprattutto cantieri che aprono e chiudono, non che restano eternamente a metà.
La verità è che qui non c’è solo un problema tecnico. C’è un deficit politico e culturale: non si ha il coraggio di mettere davvero mano al sistema. Si preferisce annunciare piuttosto che risolvere, progettare piuttosto che costruire. E quando anche l’ANAC scrive nero su bianco che il meccanismo è inceppato, e il commissario afferma che mancano fondi e serve ripartire da zero, non può bastare un generico impegno.
La depurazione in Calabria va affrontata per quella che è: una questione strutturale, che impatta sulla salute pubblica, sul turismo, sull’immagine di una regione intera. Chi governa, a tutti i livelli, deve decidere se vuole fare ordine o continuare a vivere di proroghe. Lo Stato non può più limitarsi a prendere atto. Deve agire, e deve farlo ora.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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