Editoriale | Femminicidio e bullismo: La retorica che non salva nessuno

C’è un punto cieco nella nostra società quando parliamo di femminicidio e bullismo. Ci indigniamo, ci mobilitiamo, organizziamo giornate, cortei, convegni, momenti di “sensibilizzazione”. Ci emozioniamo, piangiamo davanti a un servizio televisivo, applaudiamo le istituzioni che promettono impegno. Poi, qualche settimana dopo, un altro titolo di cronaca, un’altra tragedia. I numeri salgono. Nonostante le campagne, nonostante la scuola “attenta”, nonostante le buone intenzioni. Questo significa una sola cosa: la comunicazione istituzionale della sensibilizzazione non funziona. Non raggiunge i destinatari, non produce consapevolezza, non cambia i comportamenti. Eppure si continua a ripetere lo stesso copione, con la convinzione che parlare “di più” equivalga a capire “meglio”. È un’illusione.

Il cortocircuito della sensibilizzazione

Ogni volta che un fatto violento scuote l’opinione pubblica, parte l’onda: manifestazioni, cartelloni, hashtag, tavole rotonde, campagne mediatiche. Tutto in nome della prevenzione. Ma prevenire non significa ripetere: significa capire. E capire richiede studio, analisi, tempo. Spendiamo fondi pubblici, coinvolgiamo scuole, associazioni, amministrazioni. Ma senza un vero metodo, senza misurare l’efficacia di ciò che facciamo. È un gigantesco esercizio di buona coscienza. “Sensibilizzare” è diventato un verbo comodo: fa sentire tutti dalla parte giusta, senza mai costringere nessuno a interrogarsi davvero. Eppure la realtà ci smentisce. Se i dati di femminicidio e bullismo continuano ad aumentare, significa che non stiamo incidendo dove dovremmo. È un fallimento educativo prima ancora che politico.

La comunicazione come vizio

Alla radice di questo fallimento c’è un vizio di comunicazione: parliamo della violenza come di un fenomeno da condannare, non come di un comportamento da comprendere. Ci limitiamo alla superficie, al messaggio “questo non si fa”. Ma una società non cambia per divieto: cambia quando riconosce le dinamiche che generano l’errore. Nel caso del femminicidio, la questione non è “uccidere una donna è sbagliato” — quello lo sappiamo tutti. Il problema è come si arriva a pensare che una donna possa essere proprietà di qualcuno. È lì che nasce la violenza. È lì che va piantato l’intervento educativo, nella cultura del possesso, della frustrazione, della virilità malata che si alimenta in silenzio dentro le famiglie e nei linguaggi quotidiani. La comunicazione pubblica (e non), invece, resta tutta in superficie: slogan accattivanti, immagini drammatiche, video commoventi. Ma raramente si affronta il tema della motivazione. Si condanna l’atto, non la mentalità che lo produce.

Il femminicidio come specchio sociale

Chi uccide una donna non compie solo un crimine: mette in scena un fallimento collettivo. Dietro ogni femminicidio c’è un percorso che poteva essere interrotto, se solo qualcuno avesse avuto gli strumenti per leggere i segnali. La gelosia patologica, il controllo, l’umiliazione, la dipendenza affettiva: tutto questo accade molto prima del gesto estremo. Ma perché nessuno lo ferma? Perché spesso lo Stato interviene quando è troppo tardi, quando la violenza è già esplosa. La prevenzione non può limitarsi a insegnare alle ragazze a “difendersi” o ai ragazzi a “rispettare”. Serve una struttura di osservazione permanente, una rete di organismi che analizzi i comportamenti, che metta in relazione psicologi, scuole, forze dell’ordine e servizi sociali. Bisogna passare dalla retorica della condanna alla cultura dell’indagine. Capire cosa arma la mano di un uomo violento. Quali frustrazioni, quali modelli di potere, quali vuoti educativi. Senza questa indagine, continueremo a indignarci per i sintomi ignorando la malattia.

Bullismo: lo stesso schema, altre età

Il bullismo segue la stessa logica. Ogni atto di prevaricazione tra adolescenti è un campanello d’allarme che suona ben prima dell’aggressione. Dietro un ragazzo che umilia o picchia un compagno, c’è quasi sempre un adulto che ha taciuto, un contesto che non ha educato. Il bullo non nasce violento. Lo diventa imitando, reagendo, assorbendo ciò che vede. Spesso a casa, dove la violenza verbale o psicologica è considerata normale. Oppure vive in ambienti in cui l’aggressività è sinonimo di forza, e l’empatia un segno di debolezza. Qui si misura la distanza tra educare e punire. La scuola, troppo spesso, risponde al bullismo con sanzioni disciplinari, come se bastasse espellere un ragazzo per risolvere il problema. Ma così si elimina il sintomo, non la causa. Il bullo va ascoltato, studiato, messo in relazione con la famiglia, con l’ambiente che lo forma. Serve un intervento sistemico, non episodico. Ogni caso di bullismo dovrebbe attivare automaticamente un’unità di valutazione, un gruppo di figure competenti — psicologi, insegnanti, mediatori — che analizzi il contesto familiare, le relazioni e le fragilità. Solo così si può spezzare la catena.

L’urgenza di nuovi organismi di valutazione

Tutto questo implica una rivoluzione metodologica. Non servono nuove campagne, servono nuovi strumenti di comprensione. Organismi indipendenti, stabili, capaci di radiografare le cause della violenza e di produrre dati veri, non statistiche da comunicato stampa. La politica deve investire non tanto nella “sensibilizzazione” generica, ma nella formazione permanente: figure professionali che entrino nelle scuole e nelle comunità non per fare conferenze, ma per osservare, raccogliere segnali, intervenire tempestivamente. Solo così si può costruire una pedagogia civile, una cultura del rispetto che non viva di giornate simboliche ma di pratiche quotidiane.

La superficialità costa

Continuare a finanziare eventi che non cambiano nulla è una forma di ipocrisia pubblica. Significa spendere denaro per lavarsi la coscienza. Significa trasformare la tragedia in occasione di consenso. Ogni euro speso per “parlare di violenza” senza comprenderla è denaro perso, è tempo sprecato, è fiducia bruciata. E intanto le vittime aumentano, e i ragazzi crescono in un clima dove la violenza è spettacolo, non responsabilità. Serve il coraggio di dire che il sistema attuale non funziona. Che la sensibilizzazione, se resta pura retorica, è una forma di distrazione di massa. Non basta dire “no alla violenza”. Bisogna spiegare perché nasce, dove si alimenta, come si può disinnescare.

La profondità come unica cura

Il vero cambiamento parte dall’ascolto. Dall’analisi seria delle cause. Dalla volontà di guardare in faccia la realtà, anche quando è scomoda. Un Paese maturo non si accontenta di piangere le vittime: lavora perché non ce ne siano altre. Il femminicidio e il bullismo non sono due fenomeni separati. Sono due sintomi dello stesso male: l’incapacità di comprendere la violenza prima che esploda. Finché non entreremo nella logica del “perché”, resteremo prigionieri dell’“ancora”. Ancora una donna uccisa, ancora un ragazzo picchiato, ancora un caso sui giornali. La società che vuole cambiare deve avere il coraggio di tacere gli slogan e cominciare a studiare. Solo così la comunicazione tornerà a essere ciò che dovrebbe: un ponte tra la coscienza e la verità.

Matteo Lauria – Direttore I&C

Articoli correlati: