Lettera aperta: L’esempio dei medici cubani e l’umanità che manca nei nostri ospedali

Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta rivolta alla nostra testata giornalistica.

Lettera aperta

Gentile Direttore,

chi frequenta con regolarità gli ospedali calabresi, per necessità o per assistere un familiare, sa bene che il problema della sanità non riguarda solo strutture, reparti o carenze di personale. Esiste una questione più profonda, spesso taciuta, che ha a che fare con il modo in cui il paziente viene accolto, ascoltato, rispettato.

Gli ospedali calabresi hanno bisogno di un vero processo di umanizzazione. Un percorso che coinvolga non solo i medici, ma anche il personale paramedico e tutti coloro che operano quotidianamente nei presidi sanitari. Curare non significa soltanto diagnosticare o prescrivere, ma anche saper comunicare, rassicurare, spiegare, accompagnare.

In questo contesto, l’esperienza dei medici cubani impiegati negli ospedali della Calabria offre uno spunto di riflessione che non può essere ignorato. Al di là delle competenze professionali, questi medici trasmettono un messaggio chiaro attraverso il loro comportamento: cortesia, gentilezza, disponibilità verso i pazienti e verso i familiari. Un atteggiamento umano che spesso viene riconosciuto e apprezzato da chi si trova in una condizione di fragilità.

Non si tratta di generalizzare o di mettere tutti sullo stesso piano. Anche tra i camici bianchi italiani esistono professionalità attente, disponibili, capaci di instaurare un rapporto corretto con l’utenza. Tuttavia, non si può negare che in molti casi il camice bianco venga vissuto come uno strumento di potere, esercitato con arroganza, distanza e rigidità. Un ruolo percepito come intoccabile, che ha generato nel tempo incomprensioni, tensioni e, talvolta, vere e proprie degenerazioni nei rapporti con i cittadini.

L’esempio dei medici cubani dimostra che un altro approccio è possibile. Un modello fondato sul rispetto reciproco, sull’ascolto e sulla consapevolezza che chi entra in ospedale non è un numero, ma una persona che chiede aiuto. Sarebbe auspicabile che questo stile diventasse oggetto di riflessione anche tra i professionisti italiani, senza spirito punitivo ma con onestà intellettuale.

Un ruolo importante spetta anche agli ordini professionali, chiamati a richiamare con forza i principi della deontologia e a promuovere percorsi formativi che mettano al centro le relazioni umane. Il rapporto tra operatore sanitario e paziente non può essere lasciato al caso o alla sensibilità individuale.

La sanità è parte della pubblica amministrazione. Chi vi opera svolge un servizio pubblico ed è chiamato a ricordare, ogni giorno, di essere al servizio di cittadini che pagano le tasse e affidano alle istituzioni la propria salute. Il rispetto, la correttezza e l’umanità non sono concessioni, ma doveri.

Prendere esempio dai medici cubani non significa sminuire nessuno. Significa, al contrario, riconoscere che l’umanità può e deve tornare a essere un pilastro della cura.

Firma
Un cittadino calabrese

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