Condivido pienamente lo spirito dell’editoriale pubblicato da I&C, perché fotografa con chiarezza ciò che come medico vedo e vivo quotidianamente nella Sibaritide e, più in generale, nella sanità calabrese.
È in atto una strumentalizzazione evidente, che si consuma sulla pelle dei pazienti e sul lavoro degli operatori sanitari. La salute viene usata come pretesto per uno scontro politico continuo, ciclico, prevedibile. Quando governa un’amministrazione espressione del centrodestra, il centrosinistra attacca. Quando accade il contrario, il copione si ribalta. È una dinamica che va avanti da anni ed è riemersa con forza già dalla campagna elettorale regionale, proseguendo senza soluzione di continuità fino a oggi.
L’editoriale ((https://staging.informazionecomunicazione.it/editoriale-sanita-nello-scontro-politico-tra-danni-dimmagine-ed-esodo-a-carico-dei-calabresi/) coglie nel segno quando richiama il tema dell’ingerenza politica nella gestione della sanità. La politica dovrebbe limitarsi a fornire indirizzi e a esercitare controllo. La gestione tecnica è un altro piano, distinto, che dovrebbe restare nelle mani di chi ha competenze e responsabilità operative. Confondere questi livelli produce solo tensioni e danni.
In questo contesto colpisce leggere prese di posizione di soggetti che si definiscono ambientalisti e che improvvisamente si cimentano in analisi sanitarie, mentre tacciono su temi che sarebbero di loro competenza: l’urbanistica, la cementificazione selvaggia, l’edilizia che continua a fiorire lungo la costa. Un silenzio che pesa e che fa comprendere come dietro certe narrazioni non vi sia una reale tutela dell’ambiente né della salute, ma una cabina di regia priva di scrupoli, pronta a usare i malati pur di colpire una parte politica.
In questi mesi si è generato un allarmismo sistematico, un vero e proprio terrorismo psicologico che colpisce il personale sanitario che lavora ogni giorno negli ospedali spoke di Corigliano Rossano e in tutti gli spoke della Calabria. Si è arrivati a una forma di linciaggio mediatico. Su oltre trecento giorni l’anno in cui si garantiscono risposte ordinarie ai pazienti, basta una lettera, bastano due o tre episodi isolati per costruire una narrazione distruttiva che travolge l’immagine delle strutture e la professionalità di chi vi opera.
A questo si aggiunge l’improvvisazione di una parte dell’informazione. Lo si vede chiaramente quando non si distingue tra un ospedale hub e uno spoke, come giustamente evidenziato nell’editoriale. Una confusione che non è sempre ingenua e che talvolta appare funzionale a interessi che poco hanno a che fare con la tutela dei pazienti.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. L’operatore sanitario lavora in un clima di pressione continua, di sospetto, di delegittimazione. Così non si aiuta la sanità. La si indebolisce. Si genera diffidenza, si mina la fiducia dei cittadini, si compromette la credibilità di un intero sistema.
Ed è vero, come ricordate, che questo meccanismo alimenta l’esodo verso altre regioni. Un esodo che ha un costo enorme per la Calabria. Ogni ricovero fuori regione significa risorse trasferite altrove. E quando i budget si esauriscono, anche le regioni che accolgono i pazienti calabresi non riescono più a garantire determinate prestazioni. Il danno, quindi, è doppio.
Per questo credo che i camici bianchi debbano iniziare a riflettere seriamente su quanto sta accadendo. È necessario difendere la professione, il lavoro quotidiano, la dignità di chi opera negli ospedali. Valutare anche un presidio di piazza, pacifico e civile, contro questo terrorismo psicologico che non trova giustificazione nei fatti e che non produce alcun miglioramento per i pazienti.
La sanità non è un’arma politica. Chi lavora nei reparti merita rispetto. I cittadini meritano verità e serietà.
Un medico della Sibaritide
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