Editoriale | Corigliano Rossano, fusione incompiuta: quando il calcio resta fermo alle bandiere

Otto anni dopo l’unione, lo sport racconta esitazioni e paure che frenano crescita, visione e ritorno economico


Non intendo addentrarmi in analisi politiche o sociali più ampie. I temi sarebbero molti, ma qui la lente resta sullo sport, sul pallone in particolare, perché è il linguaggio più seguito, più popolare, più rivelatore. Ed è proprio il calcio a mostrare, senza filtri, l’incapacità diffusa di trasformare la fusione del 2018 in una leva reale di sviluppo per Corigliano Rossano.

Parliamo di una realtà urbana che sfiora gli 80 mila residenti. Un numero che, in altre zone d’Italia, rappresenta una base solida per progettualità ambiziose, per una società sportiva strutturata, per un movimento capace di guardare oltre i confini provinciali. Qui, invece, si continua a procedere a passo corto, prigionieri di appartenenze che guardano allo specchio retrovisore.

La fotografia attuale è chiara. Tre squadre di calcio sullo stesso territorio: una nel massimo torneo regionale, con graduatoria fragile; una nel campionato inferiore, con risultati discreti; un’altra nei livelli minori. Energie divise, risorse frammentate, pubblico separato. Nel frattempo, centri abitati più piccoli, come Trebisacce, si candidano a entrare nel torneo interregionale. Non è una provocazione, è un dato che dovrebbe interrogare tutti.

Il punto non è il valore delle singole esperienze, né il rispetto dovuto a storie e tradizioni. Il nodo è l’assenza di una visione comune. Non si coglie, o si finge di non cogliere, il potenziale economico di una piazza come Corigliano Rossano. Non si comprende cosa significhi, in termini di indotto, una presenza stabile nei campionati nazionali. Non si valuta l’effetto che avrebbe una società strutturata: investimenti, lavoro, turismo sportivo, infrastrutture, visibilità mediatica.

Un nuovo impianto in zona baricentrica non sarebbe un capriccio, ma un volano. Porterebbe presenze, movimento, relazioni. Una squadra nei tornei professionistici significherebbe collegamenti con altre città, dibattiti sportivi a livello nazionale, un nome che circola, che viene pronunciato, che entra nei palinsesti. Tutto questo oggi resta sulla carta. Perché? Per le sciarpe.

Il tifo, quando diventa rigido, smette di essere passione e si trasforma in freno. Le curve di Corigliano e Rossano custodiscono una lettura radicale dell’appartenenza, comprensibile sul piano emotivo, ma dannosa quando blocca ogni passo in avanti. Qui non si discute di cancellare memorie, bensì di costruire qualcosa di nuovo. Dal 2018 esiste un’identità diversa, che piaccia o meno. Continuare a negarla non la rende meno reale.

Serve anche il coraggio di risultare scomodi. In questa fase storica, le comunità crescono solo se chi le guida accetta il rischio dell’impopolarità. Affrontare il mondo delle tifoserie è complesso, ma evitarlo per timore equivale a rinunciare. Un sindaco, una classe dirigente, non possono restare immobili per paura di reazioni. Fare finta di nulla è la scelta più facile, non la più utile.

I numeri dimostrano che la base c’è. Lo scorso anno, in un torneo regionale, allo stadio si sono contate circa cinquemila presenze per una gara di vertice. Cinquemila persone per una categoria dilettantistica. È un segnale potente, che parla di fame, di interesse, di voglia di partecipare. Ignorarlo significa sprecare un patrimonio.

Qualcuno dirà che l’identità non si tocca. Ma l’identità non è una statua di pietra. È un processo. Rimanere ancorati a ciò che è stato è rassicurante, ma sterile. La vera responsabilità di questa generazione sta nel creare, non nel custodire soltanto. Corigliano Rossano non può vivere di nostalgia divisa. Deve darsi un orizzonte condiviso, anche nello sport.

So bene che queste parole incontreranno resistenze. So che una parte delle tifoserie non le accoglierà. Me ne assumo il peso. La fede calcistica merita rispetto, sempre. Ma quando diventa un ostacolo al progresso collettivo, allora va messa di fronte a una scelta. O si resta fermi, oppure si cresce.

Gli uomini e le donne si misurano nelle decisioni difficili. Anche in quelle che non portano applausi immediati. Corigliano Rossano ha dimensioni, risorse, imprenditori, pubblico. Manca una direzione. Continuare a rinviare significa accettare il declino lento. Invertire la rotta richiede visione, determinazione e la capacità di dire che il futuro vale più di una sciarpa.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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